a sottovoce
le traiettorie sensibili del gesto
Opening: sabato 16 maggio 2026 | h 17:00- 19:30
Mostra di Marta Abbott e Emilia Burchiellaro
A cura di Elisabetta Tiziana Villa
A sottovoce è il titolo del progetto con cui Galleria mini_ma articola il programma espositivo del 2026: una linea di ricerca che si configura come campo di ascolto, dove le pratiche artistiche si sviluppano in una dimensione di relazione, attenzione e prossimità.
In questo orizzonte si inserisce la mostra inaugurale “ A SOTTOVOCE_le traiettorie del gesto”, che riunisce le artiste Marta Abbott e Emilia Burchiellaro, attivando un dialogo tra ricerche che interrogano il fare artistico come spazio sensibile e condiviso. A sottovoce non è una riduzione del gesto, ma una sua intensificazione: un modo di percepire il mondo apparentemente inattivo ma partecipe di un processo continuo di trasformazione.
Il progetto di Emilia Burchiellaro, Ciò che non viene detto rimane, prende avvio dalla poesia Harlem (1951) di Langston Hughes, interrogando le conseguenze dei sogni rimandati. La riflessione si traduce in una serie di vasi in ceramica che danno forma agli stati evocati dal testo poetico — il seccarsi, l’incrostarsi, il marcire, il cedere sotto il peso, l’esplodere — rendendo visibile ciò che permane sotto la superficie dell’esperienza.
Le opere si presentano come forme essenziali: volumi semplici, minimali, compressi in una profondità minima, che definiscono uno spazio contenuto e silenzioso. Qui le aspirazioni non realizzate non scompaiono, ma persistono — come una corrente sotterranea che modella il modo in cui percepiamo noi stessi e attraversiamo il mondo. Pur nella loro qualità scultorea, i vasi mantengono una dimensione funzionale, ponendosi come soglia tra interiorità e uso.
La ricerca di Marta Abbott si muove in una direzione affine e complementare, rivolta ai tempi profondi della materia. Le sue opere presentano paesaggi nel mezzo del loro divenire, tracciando i lenti processi geologici attraverso cui il mare cede il passo alla pietra e ai frammenti della vita — ossa, conchiglie, piante, piume — che gradualmente si trasformano in sedimento, roccia e montagna.
Le cianotipie, fuse con la pittura e forgiate nella luce del sole, evocano strati di terra e di tempo che lentamente digeriscono la materia. Le forme scultoree in argilla riecheggiano questa trasformazione, suggerendo rilievi emergenti da profondità acquatiche, superfici attraversate da correnti, fioriture minerali e tracce di marea.
In questo processo continuo di dissoluzione e ricomposizione, il lavoro di Abbott restituisce un’immagine della materia come organismo in trasformazione: un linguaggio quieto, un sottovoce attraverso cui la terra lentamente parla.
Nel dialogo tra le due artiste, il non detto e il non ancora formato si incontrano: da una parte la persistenza silenziosa delle aspirazioni interiori, dall’altra la metamorfosi lenta della materia. In entrambe le pratiche, ciò che conta non è ciò che si mostra ma il processo, non l’evidenza ma la soglia percettiva.
La mostra si configura così come un’esperienza in cui la percezione si approfondisce attraverso una dimensione multidisciplinare e sensoriale. A sottovoce diventa una modalità di conoscenza: un invito a sostare, osservare, ascoltare.
In un tempo segnato dalla crisi climatica, il progetto assume anche una posizione etica: pensare la natura non come tema ma come relazione. La pratica artistica si sposta oltre l’oggetto, diventando spazio condiviso di ricerca e dispositivo capace di attivare nuove forme di consapevolezza.
Uno spazio, infine, in cui ciò che non viene detto può continuare a esistere — sottovoce.
